Cuts for a Cure

20 novembre: un caldo infernale. Indosso una maglia a maniche corte ed un maglioncino di cachemere; sopra ho il cappotto bianco Ben Sherman acquistato in saldo in Inghilterra quasi due anni fa e sotto dei banali pantaloni neri di H&M incastrati in qualche modo dentro agli stivali presi da Strawberry a Union Square all’inizio di ottobre. Un abbigliamento piuttosto tipico per la fine di novembre, soprattutto a New York.
Invece no, sudo mentre cammino spedita per raggiungere Isabella davanti allo Starbucks di Astor Place. Ancora non mi spiego come lei possa essere in anticipo. O forse sono io ad essere terribilmente in ritardo.
All’angolo tra Avenue A e 7th street noto un locale che sarebbe perfetto per fare il brunch, penso che potrei chiamare Isa e dirle di raggiungermi direttamente lì, ma continuo a camminare e non accenno nemmeno a tirare il cellulare fuori dalla tasca: anche se fa caldo preferisco affrettarmi piuttosto che mettermi ad aspettare ferma lì come una stupida.
Continuo verso la 1st Avenue quando un signore, fermo davanti alla vetrina di un parrucchiere, tenta di fermarmi lasciandomi un volantino sul quale c’è scritto qualcosa che leggo solo distrattamente e che sembra ripetere le parole dell’uomo che ormai mi sono lasciata alle spalle: “Cuts for a Cure”.
Non ho tempo, né voglia; lascio cadere il volantino dentro alla mia borsa e corro un po’ più veloce. Arrivo finalmente a destinazione. Isabella è entrata da Starbucks ed è in coda per prendere qualcosa per entrambe. La insulto con lo sguardo e le faccio notare che stiamo andando al brunch e che non ha senso prendere qualcosa da mangiare proprio ora. Finge di ignorarmi ma poi, presa dal senso di colpa, abbandona la fila e insieme ci avviamo all’uscita.
Le parlo di quel locale che ho intravisto all’angolo tra la A e la Settima e decidiamo che ci piace. Facciamo esattamente la stessa strada che io avevo fatto all’andata e, ancora, incontro il signore che mi aveva dato il volantino.
Tento di ignorarlo, ma ci siamo solo io ed Isa sul marciapiede e lui cerca di attirare la nostra attenzione. Faccio un sorriso e accenno mugugnando che ho già il mio foglietto colorato. Procedo senza accorgermi che Isa, invece, si è fermata.
Torno indietro sbuffando e ascolto cosa quest’uomo ha da dirci: spiega che con una donazione di almeno 10$ in favore della ricerca contro il cancro è possibile farsi tagliare i capelli.
Avrei effettivamente bisogno di un bel taglio, le mie doppie punte sono diventate quadruple e i miei capelli non hanno affatto un bell’aspetto così; ma il capitolo Cibo per me ed Isa viene sempre prima del capitolo Capelli Sani, per cui ci dirigiamo senza risentimenti a gustare uno dei brunch migliori della nostra esperienza newyorkese sperando che ci sia ancora qualcuno a tagliarci i capelli nel pomeriggio.

Verso le 3pm ci riportiamo verso la vetrina, l’uomo non c’è più. Guardiamo meglio. Eccolo! Ha smesso di distribuire volantini ed ora è all’interno del piccolo studio a tagliare capelli a “generose donatrici della domenica”. Isa ed io entriamo e ci accomodiamo nelle uniche due poltroncine rimaste libere attendendo il nostro turno.
Dopo pochi minuti un ragazzo si libera: “Who’s next?”. Mi alzo e mi accomodo su una poltrona un po’ più alta. Dopo avermi chiesto che taglio desidero il ragazzo afferra le forbici; rendendomi conto che c’è qualcosa di strano chiedo: “Sorry, don’t you wash my hair before?” (Scusi, non mi lava i capelli prima?). Lui mi guarda come se gli avessi detto di aver appena incontrato un folletto viola per strada: “No! With today’s offer we cut hair, we don’t wash it” (No! L’offerta di oggi è per tagliare i capelli, non per lavarli).
Accetto con coraggio quello che sta accadendo ai miei capelli, fiduciosa del fatto che, lunghi come sono, non potrà certo fare troppo danno, e anche in tal caso potrei sempre salvare il salvabile andando da un parrucchiere una volta tornata in Italia.
Il ragazzo comincia a tagliuzzare qua e là ed Isa resta a controllare che non faccia grossi pasticci. Dopo avermi tranquillizzata si siede sulla poltrona di fianco alla mia e si sottopone come me a questo “taglio a secco” in nome di una buona causa.
Esco dallo studio sentendomi Andie McDowell nella pubblicità L’Oréal. Isa mi riempie di complimenti ed insiste che io vada dal parrucchiere più spesso, oppure che io impari a pettinarmi.

Soddisfazione al 100%.
Almeno fino al giorno dopo quando, guardandomi allo specchio da dietro, mi rendo conto che su un lato i capelli sono tagliati in maniera impeccabile, dall’altro lato sembrano finiti erroneamente nella macchina per triturare la carta. Per fortuna lo si nota solo quando li lascio cadere tutti dietro la schiena (cosa che avviene raramente dal momento che hanno il potere di stare in ogni luogo tranne dove dovrebbero), tuttavia, temo che sarà necessario che io vada da qualche parte a “raddrizzarli” al più presto.

Di certo, però, non intendo lamentarmi.
Anzi, sono felice di avere i capelli storti: spero tanto che il piccolo contributo che io, Isa e tante altre donne quel giorno abbiamo donato possa – davvero – servire.

Lasio Studios
117 East 7th Street
(212) 477-2088
10am – 4pm

Advertisements

4 thoughts on “Cuts for a Cure

  1. Ciao Elena,
    leggo sempre con grande interesse il tuo blog e non ti nascondo che quando sulla wall di Facebook compaiono gli aggiornamenti do un’occhiata a quello che scrivi 🙂
    Tra poco tornerai a casa: posso solo immaginare come ti senti. New York ti avrà dato moltissimo.
    Mi raccomando: in caso di nuovi viaggi spero che scriverai altrettanti blog! Io sarò sicuramente una tua follower! 😉
    Buona fortuna,
    Mary

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s