M60 to La Guardia Airport: the story of the most panicking 40 minutes of my life

There are way too many people in New York.

At 14.40 I am waiting for the bus to the airport. The M60 to LaGuardia arrives and doesn’t open its door. A girl with a suitcase knocks on the door, trying to get the attention of the driver, who tiredly points at the other passengers on the bus: it’s full, he can’t let anyone else in.

The girls starts running to the next bus stop, hoping someone will get off there and there will be space to get in. I follow her, but without running. There is so much traffic the bus will not get to the next stop so quickly. I get to the next stop, only after a few minutes the bus reach it too. I try to get in. Nothing. He does not open. This time, instead of pointing at the door he points to the next stop.

I get to the third stop, where I find a much bigger group waiting for the bus, many of them are screaming. A black guy shout at the driver, him being black too: “Open this door, nigger!” distracting me from the rage arising. Nothing. The driver leaves without letting nobody in.

I then start looking for a cab, but considering how slowly the traffic is moving I realise my cause is already lost. A boy approaches me and asks me if I am going to the airport and if I wish to share a cab. I do.

We start looking for one, and I get more and more nervous as minutes pass. The guy comes up with statement that makes me want to kill him, such as: “There’s a cab, but it’s taken already” or “You are in the middle of the street, if we wait with patience I am sure we’ll find a cab in a minute”. I somehow managed not to kill him with my trolley, and I simply made him notice that I had been waiting for more 20 minutes already.

I keep running to the four corner of the crossing, when I start being seriously worried that I will miss my plane. I call a private company asking for a cab, but they do not operate in the area. Of course, they operate in the area where I live, in the East Village. Now I am in East Harlem, 120 streets northern. They provide me with the number of another company in the area. I call them to discover they do not have any cab available at the moment. I am now terrified.

I get back to the bust stop, hoping for a miracle. After a few minutes another M60 arrives, but I have no illusion to get in. As it comes closer I in fact realise it is as full as the previous one, if not more. Still, I get closer and start knocking on the door in desperation. The driver does not even turn his head to look at me. He just shake is head “no”. I can’t stand it anymore. I am angry and start crying like a stupid. I run again to the other corner, trying to stop even already taken cabs, school buses and private cars. They all use the horn at me, and make gestures to tell me to move from the road.

A man approaches me and asks me if I am going to the airport and if I want to share a cab. Again? “There is no cab!” I shout. I have been waiting for 40 minutes, trying to stop even flying carpets and all I want is to kill who asks me to share a cab.
Right then, almost as in a slow motion scene, I turn and see an empty bus with written “M60 to LaGuardia”. Considering the absurd situation the MTA added and emergency bus: until few moments before, this was parked on the side of the road, “Next Bus Please” was written on it, but now there it was, empty, I felt it all mine.

The MTA driver let us in, and stood in front of the ticket machine not to let us pay, as an apology for the disruption caused.
I sit. I dry my tears and call my mum: “I am going to Detroit. I’ll talk to you tomorrow.”

 

A New York c’è troppa gente.
Alle 14.40 mi trovo già ad attendere l’autobus per l’aeroporto. L’M60 per La Guardia arriva e non apre le porte. Una ragazza, che come me ha la valigia, bussa cercando di attirare l’attenzione dell’autista che con aria stanca indica i passeggeri sull’autobus: è pieno, non può far più salire nessuno. La ragazza allora inizia a correre verso la fermata successiva, sperando che lì qualcuno scenda e che lei possa salire. Anche io mi avvio nella sua stessa direzione ma senza correre, c’è così tanto traffico che l’autobus non riesce nemmeno a procedere. Arrivo alla fermata successiva, dopo diversi minuti l’autobus mi raggiunge. Ritento. Ma lui non apre. Stavolta invece di indicare i passeggeri punta il dito verso la fermata successiva. Cammino fino alla terza fermata, sperando stavolta di poter salire. L’autobus arriva e non apre le porte. Stavolta alla fermata c’è un gruppo più numeroso che deve salire, molti urlano. Un ragazzo di colore urla all’autista, anche lui di colore: “Apri Negro!”, suscitando in me un certo stupore e distraendomi dalla rabbia che inizia a salire. Ma niente, l’autobus se ne va senza far salire nessuno. Inizio a cercare un taxi, ma osservando la lentezza con cui scorre il traffico mi rendo conto che la mia sfida è già persa in partenza. Un ragazzo mi si avvicina e mi chiede se sto andando a La Guardia e alla mia conferma risponde domandandomi se mi va di condividere un cab. Mi va. Iniziamo la ricerca ed io divento sempre più nervosa ogni minuto che passa. Il ragazzo fa constatazioni che non fanno altro che incrementare la mia irritazione, frasi tipo: “Sta passando un taxi, ma c’è già qualcuno sopra” oppure “Sei in mezzo alla strada, se aspettiamo con calma sono certo che entro un paio di minuti troveremo un taxi”. Sono riuscita ad evitare di schiacciarlo con il mio trolley e mi sono limitata a fargli notare che stavo aspettando già da oltre venti minuti.
Continuo a correre ai quattro angoli dell’incrocio ed inizio a preoccuparmi seriamente dell’eventualità di perdere l’aereo. Decido di chiamare il servizio di taxi privati. Mi dicono che non coprono quella zona, effettivamente lavorano dove vivo io, nell’east village, mentre ora mi trovo ad east Harlem, centoventi strade più a nord. Mi forniscono il numero di telefono di una compagnia che lavora nella zona, li chiamo per scoprire che al momento non hanno auto disponibili da mandarmi. A questo punto inizio ad essere davvero terrorizzata.
Mi riavvicino alla fermata dell’autobus sperando in un miracolo. Dopo pochi minuti arriva un autobus M60, ma non mi illudo. Controllo all’interno ed è pieno quanto se non più del precedente. Mi avvicino ed inizio a sbattere i pugni sulla porta, l’autista nemmeno si volta a guardarmi e si limita a negare con la testa. Non ce la faccio più, la rabbia è troppa e scoppio a piangere come una stupida. Corro di nuovo all’angolo della strada, tentando di fermare anche i taxi pieni, gli scuolabus e le macchine della gente che passa e che suona il clacson facendo strani gesti per convincermi a spostarmi dal mezzo della strada. Un signore si avvicina, mi chiede se sto andando a La Guardia e se voglio condividere un taxi… Ancora? “There’s no cab!!!” urlo con tutta la rabbia che esplode. Sono stata ferma quaranta minuti tentando di fermare anche i tappeti volanti e il mio unico desiderio è quello di tagliare la testa a chiunque mi chieda di “share a taxi”. Propio in quel momento, scena al rallentatore, mi volto e vedo un autobus vuoto con scritto “M60 to La Guardia”. Data la situazione il personale MTA ha dovuto aggiungere un autobus di emergenza: fino a pochi istanti prima il mezzo era parcheggiato al lato della strada con la scritta “Next Bus Please” ma ora eccolo lì, vuoto, tutto per me.
Il ragazzo con la mantellina MTA ci fa salire e si mette di fronte alla macchinetta impedendoci di obliterare, come per farsi perdonare per il disagio procurato.
Mi siedo. Asciugo le lacrime dal nervoso e chiamo la mamma: “Sto andando a Detroit. Ci sentiamo domani.”

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