Cercasi casa disperatamente: terza (ed ultima) puntata

Mi preparo per il terzo appuntamento (e non sono passate nemmeno 24 ore da quando sono atterrata).
Prendo la metro 6, poi il bus M14D. Scendo dall’autobus e mi chiedo se mi trovo a Manhattan o nel Bronx. Piove, ma non abbastanza da invogliarmi a cercare l’ombrello nella borsa.
Non posso essere vicino al Bronx, al massimo a Brooklyn, visto che mi trovo nell’East Village, o meglio, ad Alphabet City.
Alphabet City è la zona di Manhattan in cui le Avenue non hanno i numeri, ma le lettere.
E’ la zona di Manhattan in cui i turisti difficilmente arrivano, limitandosi a visitare solo la parte più occidentale dell’East Village.
E’ la zona di Manhattan dove vive buona parte della gente di origine sudamericana ma, a differenza del nord, qui a sud i Latinos sembrano pacifici. Qualche volta alzano un po’ la voce e spesso tengono il volume della radio un po’ troppo alto, ma la presenza di bambini ad ogni angolo del quartiere fa pensare che la zona, nonostante le apparenze, sia decisamente tranquilla.

Suono al campanello ma nessuno mi apre. Eppure sono puntuale per l’appuntamento.
Qualcuno esce dal portone principale ed io ne approfitto per entrare nella palazzina. Prendo uno dei due ascensori e salgo al sesto piano, cerco l’appartamento F.
Busso.
Dall’altra parte della porta sento una voce di donna urlare e il livello del volume della televisione abbassarsi all’improvviso. La donna apre la porta e mi chiede di entrare, sul divano un ragazzino sta giocando con l’xBox, suo figlio. Entrambi hanno tratti chiaramente non nordamericani, ma non parlano spagnolo.
La casa è piccola, ma accogliente. La stanza che mi viene mostrata è spoglia ma spaziosa se confrontata con il resto della casa. L’armadio a muro è capiente e c’è una mensola pronta ad ospitare le mie scarpe e i miei cappelli. Due finestre.
Il bagno ha la solita tenda di plastica a fiori a nascondere la vasca.
La cucina è piccola, ed è resa ancora più piccola da un ingombrante macchina bianca: l’asciugatrice. Mi giro, ecco, c’è anche lei: la lavatrice.

Come dei flash scorrono di fronte a me immagini veloci, rapide. Ripercorro mentalmente le case che ho visitato, le stanze, i corridoi, gli angoli.
Solo ora mi rendo conto di trovarmi in una rarità: una casa americana dotata di lavatrice e asciugatrice. Nelle altre due case non c’era niente di tutto ciò; come nella stragrande maggioranza delle case newyorkesi.
La lavatrice sta agli americani come il bollitore sta agli italiani. Qualcuno ce l’ha e lo utilizza. Ma se ne può anche fare a meno. Pensavo fosse così solo nei film, invece è la realtà: per lavare i panni si va al laundry service, in casa non se li lava praticamente nessuno.

Resto per qualche secondo ad ammirare la maestosità della lavatrice e dell’asciugatrice, due piccoli tesori dal valore inestimabile.
Quanti soldi risparmierei non andando in lavanderia?
Quanto tempo risparmierei non andando in lavanderia?
Quanto freddo inutile mi risparmierei non dovendo uscire per andare in lavanderia?

East Village, 1000 dollari.
– Pro: lavatrice e asciugatrice, armadio per le scarpe.
– Contro: relativamente lontana dal lavoro, zona trascurata, presenza di due bambini di quattro e undici anni in casa, vicini che ascoltano canzoni latino-americane per sedici ore al giorno.

La prendo: non riesco nemmeno a pensare di dover andare in lavanderia per lavare le mutande.

E così, l’11 settembre 2011,
dieci anni dopo la caduta delle Torri Gemelle,
mi trasferisco nel mio appartamento newyorkese. E sono felice.

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3 thoughts on “Cercasi casa disperatamente: terza (ed ultima) puntata

    • Che complimentone! Grazie 🙂
      Non credo io sarei in grado di scrivere un libro, ma se mai ne scriverò uno te lo farò sapere di certo 😉

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